Gli stupefacenti misteri che celano gli abissi dello spazio profondo attraggono da sempre la nostra attenzione e le immagini spettacolari di remote galassie, come quelle riprese dal telescopio spaziale Hubble, ci riempiono di mistero e timore reverenziale. Le nuove scoperte svelano per i nostri occhi nuovi pianeti in sistemi planetari alieni, aprendo la nostra mente alle più bizzarre congetture relative ad esseri viventi non di questa Terra. Ma se il fascino della terrificante bellezza dell’universo attira giustamente l’interesse dell’uomo, non si dovrebbe però dimenticare che esiste un altro universo, meno esplorato degli spazi cosmici, e si chiama oceano. In esso vivono creature che nulla hanno da invidiare ai più curiosi alieni della lettera tura. Creature terribili nell’aspetto,ma aggraziate nei movimenti, grandi e piccole, note e meno note. Molte di esse sono mirabili adattamenti evolutivi a condizioni di vita estreme, fatte di tenebre e pressioni che schiaccerebbero come un barattolo di latta il più robusto dei sottomarini. Alcune di queste creature non sono sconosciute al grande pubblico perché esistono foto degli esemplari spiaggia ti o tirati in superficie da navi da ricerca. Altre, invece, sono conosciute per via di pochissimi esemplari. La Criptozoologia, la disciplina che si occupa di animali ancora sconosciuti alla scienza ufficiale (cryptos, in greco, significa “nascosto”) trova indubbio incoraggiamento quando queste creature, per un accidente del caso, vengono riportate a riva. Ormai molti ricordano l’animale noto come Mega bocca, il cui primo esemplare fu tirato a galla dalla nave da ricerca statunitense AFB- 14, del Naval Ocean System Center (NOSC) che nel novembre del ’76 aveva calato in mare due grosse ancore galleggianti 26 miglia al largo dell’isola di Oahu,Hawaii. Le ancore a paracadute, usate quando il fondale si trova ad una profondità irraggiungibile per quelle normali, si trasformarono in quell’occasione in insperati strumenti di pesca perché l’equipaggio notò che una di esse era stata inghiottita da un grosso pesce pesante 742,85 kg e lungo 4,38 metri. Portata all’acquario di Waikiki, la carcassa fu riconosciuta come appartenente a una specie mai osservata in precedenza e per essa i ricercatori dovettero compilare non solo una specie e un genere,ma addirittura una intera famiglia tassonomica ex novo. Fu battezzato Megachasma pelagios, ( Grande Bocca pelagica) per sottolineare la sua caratteristica più appariscente, una enorme bocca costellata di piccoli denti che sottolineano le sue abitudini di filtratore. Se questa creatura vi sembra strana, provate a immaginare una sorta di strano polpo nero come l’inchiostro e venato di sfumature violacee, dagli occhi rosso vivo, le mascelle color avorio e una messe di organi fotofori (cioè a t ti a produrre luce chimica) distribuiti su tutto il corpo, fatta eccezione per la zona interna del mantello… Provate anche a pensare a questo orrore vivente in un ambiente di tenebra, dalla temperatura più simile a una tomba (tra i 2 e i 6 gradi tutto l’anno) dove l’ossigeno è così scarso che pochissime creature si azzardano a vivere. Gli amanti dei mostri saranno felici di apprendere che esiste davvero, mentre coloro che li temono saranno sollevati di sapere che è lungo solo una ventina di centimetri, ma è uno degli animali terrestri che non sfigurerebbe in un mondo alieno. È il Vampyroteuthis In fernalis, un nome che è tutto un programma. Letteralmente, può infatti essere tradotto con: “calamaro vampiro degli abissi infernali” e, analogamente al Megachasma,anche per lui è stato formulato un nuovo ordine (Vampyromorpha) comprendente una sola famiglia vivente (le altre sono estinte), quella dei vampiroteutidi. Fu la biologa americana Grace E. Pickford ad interessarsi attivamente della specie, pubblicando un gran numero di articoli e a fondare, appunto, l’apposito ordine tassonomico. Descritto inizialmente nel 1903 dal teutologista tedesco Carl Chun, il Vampyroteuthis non app a rtiene, tassonomicamente parlando, né agli octopus né ai calamari ed è, come detto, un organismo a sé stante. Questa creatura è un affascinante esempio di vita adattata agli abissi. Il suo habitat è la cosiddetta zona afotica (quella senza luce) la cui profondità varia dai quattrocento ai mille metri. Si tratta di un areale completamente privo di luce e quindi immerso nelle tenebre perenni. È anche noto come Omz, ( zona a minima ossigenazione) con una saturazione d’ossigeno, rispetto alla normale atmosfera , di appena il 3%! Uno dei tanti primati di questa specie è costituita dai suoi occhi che sono i più grandi del regno animale. Un esemplare lungo meno di venti centimetri ha occhi del diametro di circa due centimetri e mezzo, più o meno come quelli di un cane. Poco sappiamo delle sue abitudini o della sua vita sociale. Come tutti gli animali abissali, possiede fotofori sparsi su tutta la superficie corporea, eccettuata la parte interna del grande velo e può accenderli o spegnerli a suo piacimento. Il Vampyroteuthis ha un organo che ne controlla l’equilibri o nelle tre dimensioni (statocisti) molto sviluppato, e questo porta a credere che sia solito planare nelle profondità molto lentamente. A differenza del suo nome, il calamaro vampiro non succhia il sangue ad altre creature ma si nutre di gamberetti, cnidari ed altri animali che riescono in qualche modo a compensare almeno per breve tempo la mancanza d’ossigeno. Dal punto di vista anatomico ha otto tentacoli uniti da una generosa membrana molto sottile,ma del calamaro ha invece altri due tentacoli più lunghi e retrattili. E, visto che si tratta di un essere cui la natura ha fornito tutti gli strumenti per sopravvivere nell’inferno marino, combatte la cronica mancanza di ossigeno di quelle profondità con un metabolismo più lento di quello di qualsiasi altro cefalopode. Il suo sangue non è rosso perché la normale emoglobina dei vertebrati è qui sostituita dall ’ emocianina in grado di trasportare l’ossigeno nei tessuti in modo più efficiente. L’emocianina del Vampyroteuthis è però diversa rispetto all’analoga sostanza presente negli altri calamari ed è modificata per catturare molto meglio l’ossigeno e rilasciarlo gradualmente ai tessuti . Senza questa capacità, la creatura morirebbe soffocata in brevissimo tempo. Il corpo è gelatinoso, molle, ricco di ammonio come quello dell’Architeuthis Dux, il che vuol dire che è idrostaticamente neutro (riesce a mantenersi ad una determinata profondità senza alcuno sforzo).
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| Esemplare di Megachasma Pelagios |
In caso fosse minacciato da un altro predatore, il calamaro vampiro si capovolge, esponendo la parte ventrale del mantello ricca di escrescenze carnose che sembrano spine. In alternativa, “accende” i grandi fotofori bioluminescenti alla base delle pinne, e li spegne in un’alternanza luminosa che deve apparire terrificante nel buio degli abissi. Quando la creatura si sposta a profondità meno spinte, adotta una strategia che somiglia moltissimo a quella della vernice che ri copre i velivoli da combattimento di ultima generazione. Infatti, a profondità meno abissali la luce riesce ancora ad arrivare, apparendo come una sorta di tramonto sottomarino. In queste condizioni le sagome degli animali, e quindi anche quella del nostro vampiro, risultano più evi denti per gli altri predatori. Per sfuggire alla localizzazione, il calamaro vampiro genera allora una propria luce bluastra secondo una strategia chiamata controilluminazione, che di fatto “annulla” la sua immagine confondendosi con l’ambiente. Similmente ad altri organismi abissali, anche il calamaro vampiro produce la luciferina, la stessa sostanza secreta dalle lucciole, e la coelenterazina, che è invece tipica dei cefalopodi abissali. Se questi sistemi falliscono, è in grado di secernere e spruzzare a una certa distanza una sostanza mucillaginosa composta da piccole sferule luminescenti, una vera e propria pioggia di luce che può durare fino a dieci minuti circa, con la funzione di abbagliare il predatore e consenti r gli la fuga. La produzione di questo muco è però dispendiosa dal punto di vista metabolico e quindi tale tattica viene usata con parsimonia. Se anche uno solo di questi meccanismi di protezione riesce ad interrompere la sequenza d’attacco di un predatore di uno, due secondi, ciò per la creatura significa la differenza tra la vita e la morte. Tutti i calamari e i polpi sono campioni sia nel mutare rapidamente i colori del mantello, sia nel produrre vere e proprie escrescenze dermiche temporanee. Nel calamaro vampiro queste capacità sono alquanto ridotte in quanto possiede cromatofori (cellule deputate a variare il colore dell’epidermide) esclusivamente rossi e neri . Il suo colore, in pratica, varia soltanto dal rosso al nero, giustificando ampiamente il suo nome. Per cacciare è probabile che trovi le prede con i due lunghi tentacoli retrattili (filamenti velari) corrispondenti a una coppia di tentacoli degli antenati dei polpi, peraltro assenti nei polpi attuali. I filamenti velari sono più lunghi degli altri tentacoli ed avendo funzioni tattili avrebbero un ruolo nel procurare le prede al loro proprietario. I vampiromorfi non hanno le schiere di ventose dei polpi o degli altri calamari e nel loro caso si limitano a ricopri re soltanto la parte terminale dei tentacoli. Sulla riproduzione non si sa molto, anche se è possibile che per deporre le uova gli adulti scendano in profondità. D’ altro canto le uniche immagini che abbiamo di queste creature sono state ottenute con l’ausilio di veicoli robotizzati da esplorazione marina. Qualunque sia la strategia ri produttiva dei calamari vampiri, è accertato che i giovani esemplari nuotano con la spinta a getto tipica dei cefalopodi, ma sono anche forniti di un paio di pinne sulla testa. Man mano che la crescita prosegue si forma un secondo paio di pinne che dà a queste creature un volo planato simile a quello delle farfalle terrestri . In seguito il primo paio di pinne si atrofizza, mentre le ultime due pinne si spostano all’indietro cambiando forma. Questa sequenza di sviluppo aveva all’inizio spinto gli scienziati a credere nell’esistenza di tre specie separate e distinte di vampiroteutidi.La loro velocità è stata a lungo oggetto di discussioni negli ambienti scientifici; è però certo che sono capaci di scatti fulminei, ma solo alle brevi distanze. I loro muscoli sono flaccidi e la vita a quelle profondità impone un considerevole dispendio di energie per sopravvivere. Il che significa che più che a doti velocistiche e di resistenza, queste straordinarie creature affidano la loro sopravvivenza alla ricchezza dei loro meccanismi atti a produrre luce e alla capacità di mimetizzazione con l’ambiente circostante.
Massimo Valentini











