lunedì 21 maggio 2012

Alieni negli abissi



Gli stupefacenti misteri che celano gli abissi dello spazio profondo attraggono da sempre la nostra attenzione e le immagini spettacolari di remote galassie, come quelle riprese dal telescopio spaziale Hubble, ci riempiono di mistero e timore reverenziale. Le nuove scoperte svelano per i nostri occhi nuovi pianeti in sistemi planetari alieni, aprendo la nostra mente alle più bizzarre congetture relative ad esseri viventi non di questa Terra. Ma se il fascino della terrificante bellezza dell’universo attira giustamente l’interesse dell’uomo, non si dovrebbe però dimenticare che esiste un altro universo, meno esplorato degli spazi cosmici, e si chiama oceano. In esso vivono creature che nulla hanno da invidiare ai più curiosi alieni della lettera tura. Creature terribili nell’aspetto,ma aggraziate nei movimenti, grandi e piccole, note e meno note. Molte di esse sono mirabili adattamenti evolutivi a condizioni di vita estreme, fatte di tenebre e pressioni che schiaccerebbero come un barattolo di latta il più robusto dei sottomarini. Alcune di queste creature non sono sconosciute al grande pubblico perché esistono foto degli esemplari spiaggia ti o tirati in superficie da navi da ricerca. Altre, invece, sono conosciute per via di pochissimi esemplari. La Criptozoologia, la disciplina che si occupa di animali ancora sconosciuti alla scienza ufficiale (cryptos, in greco, significa “nascosto”) trova indubbio incoraggiamento quando queste creature, per un accidente del caso, vengono riportate a riva. Ormai molti ricordano l’animale noto come Mega bocca, il cui primo esemplare fu tirato a galla dalla nave da ricerca statunitense AFB- 14, del Naval Ocean System Center (NOSC) che nel novembre del ’76 aveva calato in mare  due grosse ancore galleggianti 26 miglia al largo dell’isola di Oahu,Hawaii. Le ancore a paracadute, usate quando il fondale si trova ad una profondità irraggiungibile per quelle normali, si trasformarono in quell’occasione in insperati strumenti di pesca perché l’equipaggio notò che una di esse era stata  inghiottita da un grosso pesce pesante 742,85 kg e lungo 4,38 metri. Portata all’acquario di Waikiki, la carcassa fu riconosciuta come appartenente a una specie mai osservata in precedenza e per essa i ricercatori dovettero compilare non solo una specie e un genere,ma addirittura una intera famiglia tassonomica ex novo. Fu battezzato Megachasma pelagios, ( Grande Bocca pelagica) per sottolineare la sua caratteristica più appariscente, una enorme bocca costellata di piccoli denti che sottolineano le sue abitudini di filtratore. Se questa creatura vi sembra strana, provate a immaginare una sorta di strano polpo nero come l’inchiostro e venato di sfumature violacee, dagli occhi rosso vivo, le mascelle color avorio e una messe di organi fotofori (cioè a t ti a produrre luce chimica) distribuiti su tutto il corpo, fatta eccezione per la zona interna del mantello… Provate anche a pensare a questo orrore vivente in un ambiente di tenebra, dalla temperatura più simile a una tomba (tra i 2 e i 6 gradi tutto l’anno) dove l’ossigeno è così scarso che pochissime creature si azzardano a vivere. Gli amanti dei mostri saranno felici di apprendere che esiste davvero, mentre coloro che li temono saranno sollevati di sapere che è lungo solo una ventina di centimetri, ma è uno degli animali terrestri che non sfigurerebbe in un mondo alieno. È il Vampyroteuthis In fernalis, un nome che è tutto un programma. Letteralmente, può infatti essere tradotto con: “calamaro vampiro degli abissi infernali” e, analogamente al Megachasma,anche per lui è stato formulato un nuovo ordine (Vampyromorpha) comprendente una sola famiglia vivente (le altre sono estinte), quella dei vampiroteutidi. Fu la biologa americana Grace E. Pickford ad interessarsi attivamente della specie, pubblicando un gran numero di articoli e a fondare, appunto, l’apposito ordine tassonomico. Descritto inizialmente nel 1903 dal teutologista tedesco Carl Chun, il Vampyroteuthis non app a rtiene, tassonomicamente parlando, né agli octopus né ai calamari ed è, come detto, un organismo a sé stante. Questa creatura è un affascinante esempio di vita adattata agli abissi. Il suo habitat è la cosiddetta zona afotica (quella senza luce) la cui profondità varia dai quattrocento ai mille metri. Si tratta di un areale completamente privo di luce e quindi immerso nelle tenebre perenni. È anche noto come Omz, ( zona a minima ossigenazione) con una saturazione d’ossigeno, rispetto alla normale atmosfera , di appena il 3%! Uno dei tanti primati di questa specie è costituita dai suoi occhi che sono i più grandi del regno animale. Un esemplare lungo meno di venti centimetri ha occhi del diametro di circa due centimetri e mezzo, più o meno come quelli di un cane. Poco sappiamo delle sue abitudini o della sua vita sociale. Come tutti gli animali abissali, possiede fotofori sparsi su tutta la superficie corporea, eccettuata la parte interna del grande velo e può accenderli o spegnerli a suo piacimento. Il Vampyroteuthis ha un organo che ne controlla l’equilibri o nelle tre dimensioni (statocisti) molto sviluppato, e questo porta a credere che sia solito planare nelle profondità molto lentamente. A differenza del suo nome, il calamaro vampiro non succhia il sangue ad altre creature ma si nutre di gamberetti, cnidari ed altri animali che riescono in qualche modo a compensare almeno per breve tempo la mancanza d’ossigeno. Dal punto di vista anatomico ha otto tentacoli uniti da una generosa membrana molto sottile,ma del calamaro ha invece altri due tentacoli più lunghi e retrattili. E, visto che si tratta di un essere cui la natura ha fornito tutti gli strumenti per sopravvivere nell’inferno marino, combatte la cronica mancanza di ossigeno di quelle profondità con un metabolismo più lento di quello di qualsiasi altro cefalopode. Il suo sangue non è rosso perché la normale emoglobina dei vertebrati è qui sostituita dall ’ emocianina in grado di trasportare l’ossigeno nei tessuti in modo più efficiente. L’emocianina del Vampyroteuthis è però diversa rispetto all’analoga sostanza presente negli altri calamari ed è modificata per catturare molto meglio l’ossigeno e rilasciarlo gradualmente ai tessuti . Senza questa capacità, la creatura morirebbe soffocata in brevissimo tempo. Il corpo è gelatinoso, molle, ricco di ammonio come quello dell’Architeuthis Dux, il che vuol dire che è idrostaticamente neutro (riesce a mantenersi  ad una determinata profondità senza alcuno sforzo).

Esemplare di Megachasma Pelagios

In caso fosse minacciato da un altro predatore, il calamaro vampiro si capovolge, esponendo la parte ventrale del mantello ricca di escrescenze carnose che sembrano spine. In alternativa, “accende” i grandi fotofori bioluminescenti alla base delle pinne, e li spegne in un’alternanza luminosa che deve apparire terrificante nel buio degli abissi. Quando la creatura si sposta a profondità meno spinte, adotta una strategia che somiglia moltissimo a quella della vernice che ri copre i velivoli da combattimento di ultima generazione. Infatti, a profondità meno abissali la luce riesce ancora ad arrivare, apparendo come una sorta di tramonto sottomarino. In queste condizioni le sagome degli animali, e quindi anche quella del nostro vampiro, risultano più evi denti per gli altri predatori. Per sfuggire alla localizzazione, il calamaro vampiro genera allora una propria luce bluastra secondo una strategia chiamata controilluminazione, che di fatto “annulla” la sua immagine confondendosi con l’ambiente. Similmente ad altri organismi abissali, anche il calamaro vampiro produce la luciferina, la stessa sostanza secreta dalle lucciole, e la coelenterazina, che è invece tipica dei cefalopodi abissali. Se questi sistemi falliscono, è in grado di secernere e spruzzare a una certa distanza una sostanza mucillaginosa composta da piccole sferule luminescenti, una vera e propria pioggia di luce che può durare fino a dieci minuti circa, con la funzione di abbagliare il predatore e consenti r gli la fuga. La produzione di questo muco è però dispendiosa dal punto di vista metabolico e quindi tale tattica viene usata con parsimonia. Se anche uno solo di questi meccanismi di protezione riesce ad interrompere la sequenza d’attacco di un predatore di uno, due secondi, ciò per la creatura significa la differenza tra la vita e la morte. Tutti i calamari e i polpi sono campioni sia nel mutare rapidamente i colori del mantello, sia nel produrre vere e proprie escrescenze dermiche temporanee. Nel calamaro vampiro queste capacità  sono alquanto ridotte in quanto possiede cromatofori (cellule deputate a variare il colore dell’epidermide) esclusivamente rossi e neri . Il suo colore, in pratica, varia soltanto dal rosso al nero, giustificando ampiamente il suo nome. Per cacciare è probabile che trovi le prede con i due lunghi tentacoli retrattili (filamenti velari) corrispondenti a una coppia di tentacoli degli antenati dei polpi, peraltro assenti nei polpi attuali. I filamenti velari sono più lunghi degli altri tentacoli ed avendo funzioni tattili avrebbero un ruolo nel procurare le prede al loro proprietario. I vampiromorfi non hanno le schiere di ventose dei polpi o degli altri calamari e nel loro caso si limitano a ricopri re soltanto la parte terminale dei tentacoli. Sulla riproduzione non si sa molto, anche se è possibile che per deporre le uova gli adulti scendano in profondità. D’ altro canto le uniche immagini che abbiamo di queste creature sono state ottenute con l’ausilio di veicoli robotizzati da esplorazione marina. Qualunque sia la strategia ri produttiva dei calamari vampiri, è accertato che i giovani esemplari nuotano con la spinta a getto tipica dei cefalopodi, ma sono anche forniti di un paio di pinne sulla testa. Man mano che la crescita prosegue si forma un secondo paio di pinne che dà a queste creature un volo planato simile a quello delle farfalle terrestri . In seguito il primo paio di pinne si atrofizza, mentre le ultime due pinne si spostano all’indietro cambiando forma. Questa sequenza di sviluppo aveva all’inizio spinto gli scienziati a credere nell’esistenza di tre specie separate e distinte di vampiroteutidi.La loro velocità è stata a lungo oggetto di discussioni negli ambienti scientifici; è però certo che sono capaci di scatti fulminei, ma solo alle brevi distanze. I loro muscoli sono flaccidi e la vita a quelle profondità impone un considerevole dispendio di energie per sopravvivere. Il che significa che più che a doti velocistiche e di resistenza, queste straordinarie creature affidano la loro sopravvivenza alla ricchezza dei loro meccanismi atti a produrre luce e alla capacità di mimetizzazione con l’ambiente circostante.


Massimo Valentini

venerdì 13 aprile 2012

Globster

Carcassa del globster di St. Augustine

Fin dagli albori della storia l’uomo è stato sempre attratto dall’oceano, un’infinita distesa liquida composta da una sostanza aliena, fredda e scura. E, oltre al terrore di cadere vittima delle fiamme infernali – come pensavano i Portoghesi che nella prima metà del XV secolo si apprestavano ad avvicinarsi all ’equatore – c’erano pur sempre strane e portentose creature marine più grandi delle loro navi. Oggi sappiamo che molti degli esseri che hanno nuotato nella fantasia dei primi esploratori si sono incarnati in animali concreti, perdendo di fatto la patina di mostruosità che li caratterizzava. Uno di essi è senza dubbio la Latimeria Chalumnae, un pesce ritenuto estinto da settanta milioni di anni e scoperto nel fiume Chalumna (Sud Africa) nel 1938. Dal 1870 al 1880, invece, una cinquantina di straordinarie creature cominciò a spiaggiarsi in modo misterioso sulle coste dell’isola canadese di Terranova. Si trattava di enormi calamari , lunghi fino a venti metri e con occhi grandi quanto piatti da portata, gli Architeuthis dux. Oltre ad essi, negli anni a venire si succedettero diversi altri ritrovamenti, in Nuova Zelanda, Irlanda,Norvegia e altrove, che permisero le descrizioni di nuove varietà. In un’epoca dominata dalla tecnologia quale quella in cui viviamo, spesso pensiamo che sono ben poche le possibilità di scopri re creature misteriose negli abissi,ma non dobbiamo dimenticare che non è mai veramente esplorato quel vero e proprio mondo di tenebra che in certe zone della Terra raggiunge parecchi chilometri di profondità. E forse proprio una nuova, paradigmatica creatura celano le famose “masse di qualcosa” trovate spiaggiate in diverse zone del mondo. Il 5 dicembre del 1896, a venti chilometri dalla cittadina di St. Augustine, in Florida, due ragazzi trovarono una scura, enorme carcassa grinzosa dalla consistenza gommosa e molto elastica, che emanava pochissimo odore, benché fosse in evidente stato di decomposizione. La “cosa”pesava tra le cinque e le sette tonnellate di peso, era lungo sette metri , alto un metro e quaranta e largo due e mezzo. I due ragazzi parlarono della loro singolare scoperta al dottor De Witte Webb (tra l’altro fondatore della Società Storica di St. Augustine) che credette di ravvisare nell’insolito gigante i resti di un immenso o ctopus perché vide quelle che avevano tutta l’aria di braccia variamente mutilate. Un quinto braccio si trovava a poca distanza dalla massa principale. Dato che la creatura si era spiaggiata nei pressi dell’albergo di sua propri età sulla South Beach, George Grant lo descrisse sulle pagine del giornale locale, il Pennsylvania Grit of Williamsport, e tentò in seguito di far pagare gli eventuali visitatori che volessero vedere la creatura. Webb si oppose a tale progetto, recintando la massa e dichiarandola di propri età della Scienza. Il 7 dicembre Webb fece inoltre scattare una dozzina di fotografie del mostro, che inviò, complete di una descrizione, a J. Allen , del Museum of Comparative Zoology di Harvard. Allen non rispose, e tuttavia le fotografie attirarono l’attenzione del professor Addison Verrill, di Yale, a quell’epoca la massima autorità statunitense in materia di cefalopodi (Verri ll aveva pubblicato 27 diversi articoli sui calamari giganti arenatisi a Terranova). Osservando le foto, Verrill si convinse che la massa fosse effettivamente un octopus gigante arrivando persino a nominare in tal modo la specie (le regole della nomenclatura scientifica prevedono che la prima persona che pubblica la descrizione di una nuova specie abbia il diritto di aggiungere, accanto al nome scientifico, anche il proprio nome, unitamente alla data della pubblicazione. La creatura in questione si chiamerebbe quindi Octopus Giganteus Verrill, 1897). Verri ll pubblicò un articolo descrittivo sul New York Herald il 3 gennaio dello stesso anno. In seguito una tempesta riprese possesso della carcassa che però tornò a riva due miglia più a sud. Per evitare che l’episodio si ripetesse, servendosi di quattro cavalli più un pesante paranco ed un argano,De Witte Webb riuscì a trasportare quello che la stampa aveva nel frattempo ribattezzato “mostro globulare” (globster), in una posizione più elevata. Dopo aver vanamente cercato di far arrivare William Healy Dall, curatore della sezione molluschi dello Smithsonian Instituti on, Webb asportò campioni di tessuto che inviò a Dall e a Verrill. Il 14 febbraio 1897 Verrill pubblicò un altro articolo sul New York Herald in cui arrivò a ipotizzare alcune abitudini vitali della creatura. Purtroppo, quella fu l’ultima lettera in cui lo scienziato confermò la sua convinzione; quando ricevette i campioni, infatti, stabilì che l’ammasso non apparteneva a un cefalopode, gi gante o meno, bensì a un cetaceo, esponendo la nuova ipotesi in uno scritto pubblicato sull’American Journal of Science il 5 marzo. Più precisamente, dichiarò che si trattava di una grossa porzione del tegumento staccatosi dal cranio di un capodoglio durante il normale processo di decomposizione. Anche se De Witte Webb continuò a mantenere la tesi dell’octopus, tutta la faccenda cadde nel dimenticatoio finché 60 anni dopo Forrest Wood, curatore del Marineland of Florida, trovò negli archivi un ritaglio di giornale con una delle foto del mostro. Wood si adoperò affinché alcuni frammenti della carcassa fossero spediti al suo collega Joseph Gennaro, biologo cellulare presso l’Università della Florida, che confrontò i campioni con i tessuti di cefalopodi noti, pubblicando le sue scoperte su un arti colo intitolato “La creatura rivelata”, uscito sul periodico Natural History. Nello specifico, Gennaro constatò che la struttura del tessuto connettivo presentava: “ampie fasce nel piano della sezione e fasce di uguale larghezza disposte perpendicolarmente. Tale struttura era molto simile, se non identica, a quella del mio campione di octopus.” Le conclusioni di Gennaro erano a dir poco stupefacenti perché suggerivano, fatte le debite proporzioni con gli esemplari comuni di octopus, la possibile esistenza di piovre dotate di tentacoli lunghi fino a trenta metri con un diametro, di ogni singolo braccio, di circa cinquanta centimetri e un’ apertura brachiale vicina ai settanta metri . La storia non è finita qui, perché nel 1986 Roy Mackal, biochimico della University of Chicago e socio fondatore della International Society of Cryptozoology, decise di condurre un propri o esame sui campioni. Allo scopo di verificare le concentrazioni di amminoacidi, comparò i campioni della creatura di St. Augustine con i tessuti di un narvalo, un calamaro gigante e due varietà di octopus. I suoi risultati convalidarono le conclusioni di Gennaro, escludendo di fatto l’ipotesi che la carcassa fosse grasso di balena. Nel 1995, tuttavia, i campioni sono stati nuovamente esaminati e in un saggio scritto da Eugenie Clark, Gerald N. Smith, Sideney K. Pierce ed altri , riportato sul  Biological Bulletin, si affermò che i campioni sarebbero stati composti da collagene puro (e quindi attribuendo la proprietà dei resti a un enorme squalo filtratore, probabilmente uno squalo elefante) accantonando nuovamente l’idea dell’octopus gigante. Naturalmente può accadere che anche ricercatori esperti leggano in maniera erronea dati oggettivi, ma il fatto è che esistono altri globster. Infatti, nell’agosto del 1960 due mandriani della Tasmania occidentale trovarono una massa lunga sette metri per sei, pesante dalle sei alle dieci tonnellate. G. C. Cramp, appartenente al consiglio del Tasmanian Museum, radunò diversi naturalisti per studiare l’ammasso. Similmente a quello di St. Augustine, anche il mostro della Tasmania si rivelò tenace e di consistenza gommosa, ma neanche gli scienziati del Csiro ( Commowealth Scientific and Industrial Research Organization) riuscirono ad accordarsi per individuarne la specie. Fu il senatore John Gorton che decretò la posizione del governo su quello che nel frattempo era diventato un caso nazionale, dichiarando in un breve comunicato che l’ammasso era grasso di balena. Otto anni più tardi, stavolta su una spiaggia neozelandese, comparve un altro globster, lungo dieci metri e alto due e mezzo. Nel 1970 un altro mostro del genere fu ritrovato in Tasmania e nel 1988 un pescatore, tale Teddy Tucker,ne trovò uno nella Mangrove Bay. Tucker tentò di svellere pezzi dalla carcassa trovandolo duro e fibroso, nonostante si servisse allo scopo di un coltello notevolmente affilato. Anche in questo caso vennero scattate foto e i campioni furono inviati a Clyde Roper dell o Smithsonian Institute, a Forrest Wood, l’uomo che aveva reso nota la storia del mostro di St. Augustine, e a Roy Mackal, il biochimico che aveva eseguito la prima analisi dei campioni. È raro che una storia si ripeta e lo è ancora di più quando si ha a che fare con analisi istologiche di questo tipo. Eppure, anche stavolta gli scienziati non riuscirono a identificare la specie. L’idea che esistano in alcune zone degli oceani creature viventi di tale genere è affascinante. E potrebbero esistere davvero, specialmente se si guarda ai numerosi casi di avvistamenti portati da testimoni oculari. Nel 1951 un cavo per comunicazioni sottomarine venne riportato in superficie al largo di Malaga, in Spagna. Il capitano della nave, la Mirror, descrisse una massa di “spesso, amorfo e disgustoso tessuto ittico strettamente avvolto intorno al cavo di difficile rimozione”, proveniente da duemilacinquecento metri di profondità. Diverse segnalazioni di octopus gi ganti sono state fornite da pescatori che frequentano le acque tra la Florida e le
Bahamas. E nella sua Octopus Trilogy, Forrest Wood parla di alcuni pescatori convinti di aver osservato octopodi giganti, che essi chiamano Lusca, tra i quali uno lungo almeno venti quattro metri . Sappiamo che esistono esemplari giganti di Cirroteuthis, una varietà di octopus, filmati nelle buie profondità dell’Oceano Pacifico Orientale, e viene spontaneo chiedersi se i resti di alcuni globster possano appartenere a ciò che i pescatori delle Bahamas chiamano Lusca. Comunque stiano le cose, la posizione ufficiale della scienza sembra oggi predisposta a sposare l’idea che i vari globster possano ridursi a pezzi di cetacei o di grandi animali pecilotermi (come gli squali) resi irriconoscibili dai processi putrefattivi . Ma anche ad un’occhiata superficiale diventa difficile credere che quelle masse siano ri conducibili ad animali noti . È risaputo che nell’ortodossia scientifica esiste una forma radicata di avversione verso tutto ciò che può portare discredito negli ambienti della ricerca. E pur di non essere etichettati come cripto zoologi a caccia di sensazionalismi, molti scienziati potrebbero non ambire a promuovere una creatura criptozoologica. Fu questa la causa che spinse Verrill a fare marcia indietro, dopo aver sostenuto anche lui la causa dell’octopus gigante?


Addison Verrill


Ecco un estratto del suo articolo pubblicato sull’American Naturalist il 31 aprile del 1897:

“La struttura del tegumento è più simile a quella della pa rte superiore della testa di un capodoglio di ogni altra a me nota e, siccome l’ovvia finalità è la stessa, è assai probabile che l’intera massa rappresenti la parte superiore della testa di un siffatto cetaceo staccatasi dal cranio e dalla mascella…”. E poi: “ Risulta tutta via evidente dalle immagini che la forma è decisamente dissimile da quella della testa dell’ordinario capodoglio perché questa è oblunga, tronca e anteriormente piuttosto stretta, ‘come la prora di una nave’ con uno spigolo all’estremità superiore frontale accanto al quale è sito l’unico sfiatatoio. Nessuno sfiatatoio è stato individuato nella massa spiaggiata”.

Può darsi, quindi, che Verrill abbia ritrattato la tesi dell’octopus temendo le beffe della comunità scientifica internazionale e la conseguente perdita di credibilità. Ma è sufficiente guardare le fotografie per capire che l’idea del capodoglio con un naso abnorme sembra tirata per i capelli; senza contare che prima delle sue comparse sulle spiagge di Terranova, il calamaro gigante era relegato nelle storie della gente di mare. Ora, un cetaceo ha un corpo non dissimile da quello di ogni altro vertebrato. Esso possiede tendini, muscoli, vi s ceri e ossa, ma i vari globster non hanno mai rivelato visceri, ossa o tegumenti immediatamente riconoscibili. In effetti, erano solo ammassi di materiale biologico che non somigliavano a niente di noto. Nonostante l’indubbia somiglianza delle foto esistenti con qualcosa che assomiglia molto a enormi invertebrati e poco a capodogli spiaggiati, dobbiamo ammettere che non conosciamo ancora la verità sui misteriosi resti di St.Augustine. La caratteristica comune dei vari globster finora ri trovati è la consistenza definita dai testimoni come “dura e compatta”, il colore bianco- avorio dai riflessi rosati o azzurri, l’assenza di odore particolarmente forte e l’assoluta estraneità a ogni forma vivente oggi nota. E anche se alcuni dei globster sono stati poi identificati come resti di cetacei o di grandi squali, ciò non spiega tutti i ritrovamenti. Ciò che possiamo affermare è che si tratti di una specie attualmente sconosciuta e che tutti gli elementi raccolti sembrano indiscutibilmente giocare a favore dell’esistenza di una piovra gigante. L’octopus gigante è il mostro quintessenziale, dotato di tutte le componenti che caratterizzano il vero erede, oltre al calamaro gigante, del mitico Kraken. Enorme, di aspetto terrificante, misterioso e impossibile da osservare così facilmente. Come direbbe il naturalista E.O.Wilson, in senso profondamente tribale noi amiamo i nostri mostri perché la paura genera fascino e il fascino predisposizione. E questo è sufficiente, a parere di chi scrive,per pensare che una delle leggende più affascinanti che mai l’oceano abbia ri gettato sulle spiagge di tutto il mondo perdura a mantenere la forma di una creatura ancora lontana dall’essere identificata.

Massimo Valentini

giovedì 29 marzo 2012

Esperienze mistiche



Esistono cose nelle vita che ci accompagnano sempre, cose invisibili e misteriose che affascinano le nostre menti come entità impalpabili ed eteree, ma non per questo meno reali, meno importanti. Spesso, la mente logica, di ogni giorno, nega che queste cose siano reali dando loro l’aspetto nebuloso di sogni o semplici impressioni. Del resto l’epoca nella quale viviamo non è forse quella del materialismo più sfrenato, anche se permeato, a volte, da sprazzi di credenze e leggende metropolitane? Questo si deve alla tendenza istintiva di noi esseri umani ad assegnare un nome e una forma a qualsiasi cosa per poterla capire, catalogarla. Oggi, ciò vale anche e soprattutto per tutto ciò che riguarda il mondo del Paranormale e del Mistero, campo davvero vasto e popolato da esperienze mistiche o comunque elusive da suscitare spesso l’ira degli scettici o l’accostamento rispettoso dell’iniziato. Confesso che questo più che un articolo divulgativo è un pezzo di vita vissuta simile al mio “NDE, un caso personale”, (GdM n 463, pag 17 ) nel quale esponevo a voi lettori la mia esperienza di pre-morte, la stessa che si rivelò poi determinante per il sorgere della mia instancabile ricerca della Verità. Al pari di quello, anche questo deve essere interpretato dal lettore come un diario, in questo caso il resoconto di una persona straordinaria che ho “incontrato” in questa vita. Una persona la cui pace spirituale, nonostante una vita complessa e direi anche difficile, è riuscita a portar fuori tutto ciò che caratterizza un essere umano e cioè spiritualità, sensazione di comunicazione con un altro piano di esistenza, condivisione di emozioni. Maria M. B. di Roma, è una donna coraggiosa che è stata già presente sulle nostre pagine con due apprezzati articoli di channeling (il primo, “I ‘cuori’ di Alberto” presente a pag 20 del GdM n 418 e il secondo, “Guido, sei proprio il Gozzano?” a pag 14 del GdM n 421). Maria M. è una persona che rifiuta le convenzioni, ma interpreta e accetta una serie di fatti e circostante che chiunque di noi, a patto che abbia sgombrato mente e cuore da pregiudizi e sciocchi dogmatismi, può ascoltare. Ma cos’ha fatto questa donna? Darne una definizione univoca è complesso e forse non sarebbe neanche giusto verso di lei. Semplicemente, potrei dire che la sua vita è spesso costellata da quelle che potremmo definire “presenze” o comunque eventi che sembrano incedere sul sottile limbo che divide il mondo di ogni giorno, quello che tutti noi possiamo vedere, sentire, percepire, e un diverso piano d’esistenza, spesso grazie all’intercessione di figure spirituali. Adesso, e qui mi ricollego all’incipit di questo articolo, chi è davvero in grado di definire nei dettagli una qualsiasi “presenza spirituale”? Secondo la dottrina dello spiritismo occidentale “presenze spirituali” possono essere gli spiriti guida dei nostri cari che, dopo la morte, diventano guide spirituali. Non è un punto di vista cattolico, sia chiaro, perché tale concetto non è avallato dalla Chiesa ma ha origini popolari risalendo alla “divinizzazione” degli antenati che in una forma più raffinata è sopravvissuta fino all’epoca della Roma dei Cesari. Oggi, lo spiritismo occidentale prevede una scala gerarchica degli esseri spirituali della quale fanno parte anche i defunti. Esso prescrive che le anime di alcuni esseri umani, grazie alle opere e la spiritualità coltivata in vita diventino guida agli altri esseri umani. Esistono perciò spiriti guida per le arti, le scienze e qualsiasi altra attività umana. Molti scettici e cattolici non accettano una tale definizione, dimenticando però che la figura dei Santi Protettori è un concetto che affonda la propria genesi proprio nel meccanismo dello spiritismo, poi adattata ai precetti cristiani. Funzione di guida spirituale, quando non proprio di Maestro, la vantavano i dèmoni della filosofia greca. (dáimon, in greco antico, significava letteralmente “essere divino”) Col trascorrere delle epoche la parola fu travisata assumendo un significato negativo e terrificante. Ma il “dàimon” era un insegnante spirituale e svolgeva le funzioni di spirito guida. Per Socrate, ad esempio, era un “consigliere e guardiano degli esseri umani.” Fino al tardo 14° secolo  fu questa la definizione principe di questa parola. L’interpretazione della Bibbia assegnò al termine un significato negativo, mostruoso, per cui si è finito per confondere il genio della lampada, la guida, l’intercessore, con il Diavolo e “demone” fu il nome assegnato agli spiriti malvagi che cooperano con il loro oscuro Signore per favorire la dannazione degli esseri umani. Come accennavo prima, la mente umana è istintivamente programmata per dare un nome a tutto ciò che non conosce. Uno dei meccanismi cerebrali tipici è esperienza di tutti i giorni: chi non ha mai “giocato” a interpretare le bizzarre forme fantastiche delle nuvole che di volta in volta possono somigliare a volti, cose, esseri viventi?  Sul piano storico i primi Indios non erano capaci di immaginarsi le famose tre caravelle di Colombo perché la loro esperienza non contemplava vascelli del genere. Lo stesso si può dire degli aborigeni australiani, soprattutto delle tribù più primitive e nascoste, che alla vista delle armi da fuoco pensavano a potenti strumenti degli dèi e anzi consideravano dèi stessi i primi bianchi. L’Ignoto è un potente segnale di quanto importante sia per noi la Conoscenza. Per quella che è la mia esperienza privata, io credo che qualcosa di simile accada con le entità spirituali che di volta in volta possono contattare persone molto sensibili, forse più della media, come è il caso di Maria M. Ecco, quindi, alcuni estratti delle sue esperienze:   



“Ho vissuto fenomeni che sembravano inspiegabili fin da bambina, Di solito mi lasciavano perplessa ma poi, col passar degli anni, ho imparato ad accettarli senza cercare a ogni costo di dar loro una spiegazione solo razionale. Accadevano e io li vivevo. Ero però curiosa di sapere perché e per come certi fatti si manifestassero. Leggevo il GdM già dal primo numero del 1971 e iniziai a contattare alcuni dei giornalisti che su quel giornale scrivevano, proprio per cercare di capire di più. Dopo svariate lettere col Dr. Ferraro, recentemente scomparso, serio, profondo e onesto indagatore di certi fenomeni, ci incontrammo a Roma. Dopo aver parlato a lungo dei fenomeni che vivevo mi disse che non mi giudicava né come una donna esaltata né come una bugiarda: ‘Che tu lo voglia o no,’ mi disse, ‘certe cose ti capitano e ci devi convivere… Tu hai grandi potenzialità, dovresti coltivarle meglio.’ Mi colpirono le sue parole e così cercai di fare. Ero ogni volta strabiliata da ciò che vivevo perché c’era quasi sempre un riscontro reale successivo a eventi, percezioni, sogni ma trascorsa la sorpresa iniziale aspettavo gli eventi successivi tentando di interpretare il senso di quelle solo apparenti e strane casualità inspiegabili. La Scienza non può spiegare l’irrazionale e ciò di cui sappiamo così poco. E quando ne è sconfitta, non si arrende: ridicolizza ciò che non riesce a spiegare. Mi sono convinta, nel tempo, che esiste qualcosa che va al di là di ogni possibile spiegazione razionale e scientifica. Deve andare in quel modo, ci sono persone “predisposte” a questi eventi. Impossibile capirne il perché. Io, pur avendo passato una vita a vivere le mie cose strane (come le chiamo io …) non l’ho ancora capito! Tante persone affermano di sentire la presenza degli Angeli o dello Spirito Guida e questa è una cosa che non avevo ancora percepito, ma se vado a  ritroso nel tempo mi vengono in mente tante cose quanto meno imprevedibili. Fare una certa strada, piuttosto che la solita, decidere all’improvviso di andare in un dato posto o cose del genere mi fa pensare che forse quelle intuizioni improvvise, rapide e inusuali non sono state farina del mio sacco. Forse sono stati suggerimenti, pensieri ispirati da qualcuno se, una volta vissuti, mi portavano a vivere esperienza poco comuni. Ma da chi? Dallo Spirito Guida che in qualche modo cerca di aiutarti a fare quel percorso, strano e inspiegabile che tu non ha mai cercato ? Chissà… Col passare del tempo quell’Angelo custode si è lasciato percepire e ha iniziato a farmi udire sibili improvvisi nelle orecchie e poi parole, frasi, discorsi. Un compagno di viaggio invisibile, ma presente che mi sta accanto durante il cammino terreno e che si manifesta ogni qual volta io chieda il suo sostegno, un conforto, un segno tangibile della sua vicinanza. Ma soprattutto, oltre ad essermi aiutata, avrò aiutato lui nel compito assegnatogli…"

“Sono piccola (circa 3 anni e mezzo). Vivo con i miei genitori e la nonna paterna. Una mattina, mia nonna dice a mia madre, alla quale era legatissima, che forse è arrivata la sua ora. Mi madre, incredula, sorride e le chiede il perché di questa affermazione. Lei risponde che io l’avevo svegliata concitatamente dicendole: nonna svegliati, non senti che ti chiamano … Lei aveva aperto gli occhi e aveva sentito la voce del suo defunto marito Giovanni. Era proprio lui, ribadisce a mia madre … e mi chiamava a gran voce! Mia madre continua a sorridere dicendo che sono sciocchezze. Questo anche se mia nonna continua a dire che anch’io le ho detto di provare la sua stessa sensazione. Trascorrono altri due giorni e mia nonna accusa malesseri allo stomaco e alla pancia. Chiamano il medico che dopo averla visitata, consiglia una borsa d’acqua calda, dicendo che forse è una colica. Questo accade la mattina alle 11,00 circa. Alle 21,00 mia nonna muore e si scoprirà che con molta probabilità si è trattato di appendicite, degenerata in peritonite.”

“Ho 13 anni quando, andando con un’amichetta alle giostre del quartiere, ci ferma una zingara a pochi metri dalle giostre stesse  e ci chiede di leggerci la mano. La mia amica pronta gliela porge e si sente dire che avrà una vita serena e che vede un matrimonio con un uomo ricco. Poi si avvicina a me, ma io sono dubbiosa, ho paura per quei pochi spiccioli che avevamo. Lei forse lo capisce e dice di non volere soldi. Così accetto e le porgo la mano.. Lei la guarda qualche istante e poi indicando il cielo col dito indice dice: Tu medium, tu parli coi morti… Tu parli coi morti… Ce ne andiamo da lì a poco. Le nostre monetine sono ancora nelle nostre mani e la mia amica è contenta di quel presagio che poi si rivelerà esatto, avendo poi sposato un bravissimo cardiochirurgo.”

“A 14 anni inizio a sentire una strana angoscia. Forte e pressante, come un brutto presentimento. Percepisco che accadrà qualcosa di brutto ma non so né a chi, né come né quando. Lo sento. Lo dico a mia madre che ride e cambia discorso. Questa sensazione brutta dura 3 o 4 giorni, fino a che, una sera squilla il telefono e arriva la notizia della morte di una mia coetanea, figlia di amici dei miei genitori. Muore all’improvviso a causa di una cardiopatia congenita, dopo aver usato antibiotici per una brutta bronchite. I genitori erano all’oscuro di questa cardiopatia e sono molto tristi.”

“Trascorrono gli anni e ne ho 21, è il mese di settembre. Una mattina  all’improvviso, inizio a percepire una strana angoscia che mi spaventa. Difficile da descrivere, ma avverto come la presenza di una forza negativa accanto a me. Ovunque vada la sento, è soffocante. Così lo dico a mia madre, persona razionale e forte, che non dà peso alla cosa. I giorni passano, ma la strana presenza aumenta. Una sera sono a letto ed è come se percepissi le sue parole … Mi dice … Non ce l’ho con te, ma devo prendermi qualcuno. Stai tranquilla, io sono una presenza buona, ma il mio compito è quello… Le rispondo a voce alta, dicendole di andarsene perché sono in ansia. Mia madre mi sente parlare ed entra nella cameretta. Con chi parli? Ribadisco quello che le avevo già detto 3 o 4 giorni prima, aggiungendo che forse morirà qualcuno. Ma va, tu sei matta ! Finisce lì il nostro dialogo. Ma intanto questa angoscia va avanti per una settimana. Una mattina viene a trovarmi un’amica. Mi chiede subito come mi senta, se percepisco ancora quella presenza negativa. Le rispondo che sto meglio, mi sento più alleggerita. Squilla il telefono e mia madre risponde. La sento parlare mentre il viso le si deforma dallo stupore. All’altro capo del filo la sorella di mia madre le comunica la morte del marito, avvenuta un’ora prima per un infarto. Uno zio al quale ero affezionata e che tra l’altro era ancora giovane.”


“Questa presenza tornerà altre volte nel corso degli anni successivi. Mi appariva in sogno vestita di un saio marrone. Parlava e muoveva le braccia, ma se guadavo dentro al cappuccio che le copriva il capo non vedevo nulla, come non vedevo le sue mani uscire dalle maniche del saio. Mi parlava dicendo sempre le stesse cose, che doveva prendersi qualcuno e che dovevo star tranquilla, perché non ce l’aveva con me. E regolarmente, nel giro di 3 o 4 giorni, all’improvviso, moriva qualcuno. Il marito di un’amica di famiglia, una signora del palazzo, un negoziante del quartiere. Sempre morti improvvise, dovute a ictus, pancreatiti fulminanti, cause inaspettate, rapide e letali.”

“Ho 29 anni quando vengo visitata un mercoledì mattina di maggio per un fastidio all’occhio destro. L’oculista mi ha riscontrato un’ulcera sulla cornea. Mi prescrive antibiotici per bocca e mi chiede di tornare il sabato seguente, di mattina. Quando mi  vede di nuovo decide di ricoverarmi perché ho un’infezione che deve esser fermata. Né io né i miei familiari capiamo che forse avrebbe dovuto ricoverarmi quel mercoledì. Quella decisione mi sconcerta ma sono tranquilla. Al contrario di mio marito e dei miei genitori, ai quali viene detto, a mia insaputa, che la situazione è grave e che se non si fermerà quel processo di infezione potrei perdere l’occhio e uscire da quella clinica con un occhio di vetro. Nessuno mi dice nulla. Mi ricoverano il sabato 2 giugno del 1979. Flebo, iniezioni, pasticche e esami medici. La notte tra il 3 e il 4, (tra domenica e lunedì) sogno quella figura col saio seduta ai piedi del mio letto. Vedo la scena e mi vedo in quella stanza e con l’occhio bendato. La visione corrisponde alla realtà del momento in tutto e per tutto, come già accaduto negli anni precedenti.  Mi stupisco di vederla e le chiedo cosa ci faccia lì con me. Mi risponde:  Sono venuta tante volte a crearti paure, ma ora vengo a rassicurati che non perderai l’occhio. Al ché, io rispondo: Ma che dici? Sono qui per una infezioncina. Racconto il sogno a mio marito che dorme nella mia camera in clinica. Verso le 9,00 viene l’oculista che mi ha ricoverato e mi visita. Di lì a poco ci rassicura dicendo che il livello del pus non è avanzato, sembra stazionario o minimamente diminuito. Resto in quella clinica per quasi un mese. Ne uscirò col mio occhio, anche se ormai privo di vita, senza più poter vedere, né fare un operazione che mi ridia la vista. Ma questo, (per la signora Maria Maddalena perdere l’occhio equivale alla completa escissione del bulbo oculare e la sua sostituzione con una protesi estetica, come in seguito il medico le confessò di aver pensato di fare, visto il rischio che l’infezione avrebbe potuto estendersi anche al cervello, n.d.r.) Che non avrei perso l’occhio l’ho saputo nel corso dei tanti, innumerevoli controlli fatti col mio oculista e con tanti altri italiani e stranieri.”

“L’ultima volta che ho sognato quella figura …(che ho identificato con la personificazione della Morte) avevo 34 anni. La sognai d’estate, mentre ero al mare. Mi consigliò dei sali minerali da prendere perché mangiavo poco col caldo e mi debilitavo. La pregai di non venire mai più perché la sua presenza mi agitava. Le chiesi di venire solo al momento della mia morte. Annuì col capo e da allora non l’ho mai più sognata.”

Cosa pensare di queste esperienze? Maria M. è una donna dalla spiccata intelligenza e una vita particolarmente complicata che tuttavia porta avanti con coraggio e determinazione. Quanto alla figura incappucciata che lei identifica con la Morte appare assai simile, come compito, a quello dello spirito-guida. Ma era davvero uno spirito guida quello che è apparso alla nostra amica? Chi come il sottoscritto la conosce, sa di parlare di una persona eccezionalmente sensibile e capace la cui vita è letteralmente costellata da eventi che definire paranormali sarebbe persino riduttivo. Personalmente, e qui parlo da essere umano prima ancora che da ricercatore, propendo per l’accettazione di simili eventi come dati di fatto perché, pur se da un lato non sono inquadrabili secondo le rigorose discipline scientifiche, dall’altro sono esperienze squisitamente umane e comunissime nella storia di tutti i più grandi sensitivi e mistici di ogni tempo. Forse, non avendo Maria M. mai nominato con me la figura classica dell’angelo custode, potremmo pensarlo. Uno spirito guida, un dàimon come avrebbe detto Socrate, che le ha mostrato sprazzi di nozioni e di Destino che altrimenti avrebbe ignorato. Basti questa come risposta agli scettici: spetta solo ai più semplici e sensibili tra noi afferrarne pochi sprazzi di un diverso piano di esistenza oltre quel velo che siamo soliti chiamare vita.

Massimo Valentini

martedì 6 marzo 2012

La leggenda dell'unicorno


Forse la prima immagine in assoluto di un Unicorno è quella che si può ammirare nelle celebri Grotte di Lascaux, in Francia. Risalente al Paleolitico superiore tale antichissima figura è quella di un essere caratterizzato da un corno e un curioso ciuffo di peli sotto il muso, disegnato insieme ad altri e più riconoscibili animali. Questo per dire che con ogni probabilità assai più di quella del Drago, è proprio la figura dell’Unicorno ad aver ispirato artisti, musici, spedizioni, leggende e narrazioni di ogni tempo. La sua prima descrizione fisica si trova nel Li-Ki, testo a valenza misticheggiante dell’antica Cina che lo descriveva come uno dei quattro animali benevoli (gli altri erano la fenice, il drago e la tartaruga) verso gli esseri umani. I saggi cinesi lo chiamavano K’i-lin, nome  che secondo la tradizione riuniva i principi maschile e femminile sulla falsariga dei più celebri principi, sempre cinesi, dello Yin e Yang. Ma così come diversi sono stati gli uomini che ne hanno cantato e preconizzato l’esistenza, diverse sono anche le interpretazioni delle sue qualità, interpretazioni che non potrebbero essere più discordanti. Già in epoca Medievale c’era chi lo descriveva come un animale mite ma invincibile, simile a un cavallo aggraziato, contraddistinto da un unico corno frontale, il cui incedere elegante ben si confaceva alla possibilità che solo una fanciulla pura di corpo e di anima poteva arrestare e ammansire. Altri invece lo vedevano come un autentico flagello e vedetta di disgrazie al suo solo apparire. Anche forma e dimensioni del corpo sono sempre state controverse. Per il già citato Li-Ki l’unicorno era una chimera fantastica dal corpo simile a quello di un cervo, la coda di un bue e gli zoccoli di un cavallo. La sua caratteristica fisica principe era comunque il suo unico corno, ma esibiva anche un manto che sul dorso era screziato di cinque colori mentre il pelo del ventre poteva essere di un giallo sporco tendente al marrone. Quanto al suo carattere era descritto come pacifico e infatti si narra che non calpestasse l’erba né si nutrisse di altri animali. Il suo apparire, come già quello di altri animali mitologici descritti dagli antichi testi cinesi, era il simbolo di diversi eventi non soltanto positivi, il più frequente dei quali era la nascita di un regnante perfetto. A seguito dei racconti dei carovanieri e dei viaggiatori che intessevano rapporti con l’Oriente, resoconti su avvistamenti dell’unicorno si resero man mano disponibili anche in Paesi molto distanti dall’antica Cina. In Persia questo essere prodigioso era descritto come una bizzarra bestia dalle tre zampe in grado di purificare l’oceano. Solo in Occidente il simbolismo religioso di matrice cristiana cambiò l’antico aspetto screziato in quello assai più “cortese” di un elegante cavallo dal manto bianco e dai movimenti flessuosi ed eleganti. D’altra parte la religione cristiana avvicinava il mistero dell’unicorno a quello del Cristo Unigenito e la stessa Bibbia cita diverse volte questo animale usando il termine Re'em, pur non presentandone mai una descrizione fisica. Curioso che nonostante la trasformazione da essere portentoso a semidivino, anche per molti esponenti del mondo cristiano l’unicorno era comunque caratterizzato in modo alquanto ambivalente. Il suo candido manto era per esempio visto da San Basilio sia come il simbolo dello Spirito Santo sia  degli istinti tentatori, essendo così terribile da non poter essere catturato se non dalla purezza di una fanciulla. Tra i testi che esaltavano questo simbolismo va certamente annoverato il Physiologus, un bestiario greco del II secolo d.C., che vedeva l’unicorno come una sorta di capretto, ma ferocissimo, che diventava docile solo di fronte a una vergine. Anche qui l’unicorno presenta la classica assonanza tra la virginea purezza della donna e il bianco manto dell’animale. Per l’uomo dotto occidentale le leggende incentrate su questa figura non erano semplici storie perché, complici mercanti e altri viaggiatori, nobili e regnanti mostravano ai loro ammirati ospiti le prove fisiche dell’esistenza di tale animale, cioè corni lunghissimi considerati alla stregua di potenti talismani. Se ridotti in polvere i corni erano visti come farmaci miracolosi in grado di debellare qualsiasi veleno. Man mano che i viaggi e gli scambi commerciali tra Europa e Cina divennero più frequenti la figura dell’unicorno e viaggiatori come Marco Polo (vedi la sez. curiosità) caddero nell’errore di identificare unicorni e rinoceronti con lo stesso animale. E infatti nel suo celebre “Il Milione” Polo avverte, tra le altre cose, che la leggenda secondo la quale solo una fanciulla pura e devota potesse avvicinare e domare un unicorno era pericolosa e fuorviante, dal momento che l’unicorno non sarebbe stato minimamente intimorito dalla fanciulla stessa! Molti decisero di credere ciecamente alle parole del grande viaggiatore genovese ma nonostante ciò la ricerca del mitico animale non conobbe mai soste, forse perché Polo e i bestiari parlavano lingue diverse col risultato che il rinoceronte visto dal primo non cancellava l’idea dell’animale descritto dai secondi. A questo proposito è curioso notare un paradosso tra la figura mitica che l’unicorno vantava in Europa e quella in auge in Cina dove, diversamente dalle sue controparti occidentali, unicorno e rinoceronte sono sempre stati ben distinti in due categorie ben diverse. Probabilmente chi contribuì a diffondere la leggenda in Europa fu lo storico, medico e viaggiatore greco Ctesia di Cnido, vissuto nel VI secolo a.C., che grazie a una delle sue opere, “Indikà”, parlava degli usi e costumi indiani. Di quel libro sono arrivati fino a noi solo frammenti, pochi ma sufficienti a leggere descrizioni come quella che segue:

“…asini selvatici grandi come cavalli e anche di più. Hanno il corpo bianco, la testa rossa e gli occhi blu. Sulla fronte hanno un corno lungo circa un piede e mezzo. La polvere di questo corno macinato si prepara in pozione ed è un antidoto contro i veleni mortali. La base del corno, circa due palmi sopra la fronte, è candida; l'altra estremità è appuntita e di color cremisi; la parte di mezza è nera. Coloro che bevono utilizzando questi corni come coppe, non vanno soggetti, si dice, alle convulsioni o agli attacchi di epilessia. Inoltre sono anche immuni da veleni se, prima o dopo averli ingeriti, bevono vino, acqua o qualsiasi altra cosa da queste coppe.”




Ancora oggi non sappiamo se Ctesia avesse descritto animali realmente esistenti o se avesse invece lasciato galoppare la propria fantasia sulle onde delle tante leggende indiane del periodo. Certo è che esistono diversi animali che visti in determinati condizioni di luce o distanza potrebbero sembrare vagamente esemplari di unicorno, come per esempio l’Onagro, un asino di abnormi dimensioni, o i già citati rinoceronti. Ma Ctesia non fu il solo a parlare dell’unicorno in qualità di “esperto” di cose e animali indiani. Nella Grecia del III secolo d.C. Eliano, un naturalista che ben conosceva il rinoceronte parla di

“…Un animale che viveva nell' India  grande come un cavallo, di pelo rossiccio e che gli indigeni chiamano kartazonos. Aveva una corno sulla testa, nero e dotato di anelli; era scontroso, e lottava anche con le femmine della sua specie salvo nel periodo degli amori”.

 Ma questo essere portentoso non era solo un animale da illustrare nei dipinti o da cantare alla corte di regnanti e nobili; era anche un essere da catturare per affermare la virilità dell’eroe che riusciva nell’impresa e, quindi, la sua popolarità e valenza in battaglia. Così nel XII secolo si verificò una caccia senza quartiere all’unicorno e dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo ci fu un intero territorio vergine dove rincorrere l’agognato animale. Tornando per un momento al Narvalo c’è da dire che proprio i corni di tali cetacei furono responsabili delle raffigurazioni che vedono l’unicorno ritratto spesso in prossimità di laghi o spiagge. Queste ultime (come quelle prospicienti la baia di Hudson, in Canada, dove tali ritrovamenti sono relativamente comuni) erano luoghi ideali dove si pensava potessero vivere gli unicorni. L’Unicorno è però giunto quasi intatto ben oltre i limiti temporali del Medio Evo come illustra Shakespeare che ne parla nel terzo atto della sua celebre “Tempesta”. Certo è che attorno a questa figura mitologica sorsero molte leggende che a loro modo influirono parecchio sulle usanze e i costumi. Ad esempio, era molto comune, tra la parte nobiliare delle popolazioni medievali europee vedere molte famiglie acquistare i costosissimi corni per dimostrare la verginità di una sposa. La stessa Elisabetta I d’Inghilterra ne comprò uno in cambio di ben diecimila sterline che ancora oggi fa bella mostra di sé nel tesoro della corona britannica. Lo stesso scettro del trono d’Inghilterra è ricavato da un corno di Unicorno, probabilmente quello di un Narvalo. Solo un mito? Forse, ma al pari di ogni leggenda che si rispetti anche quella dell’Unicorno potrebbe davvero presentare un fondo di verità come peraltro già accadde con le sirene diventate poi il Dugongo, un mammifero marino facente appunto parte dell’ordine dei Sirenii. Nel caso dell’Unicorno sappiamo che è realmente esistito un essere molto simile a un grande cavallo al quale i paleontologi hanno dato il nome di Elasmoterio, erbivoro di generose dimensioni che pascolava tra le lande desolate dell’Eurasia. Come l’Unicorno delle leggende l’Elasmoterio esibiva un singolo, orgoglioso corno sulla fronte. L’evoluzione delle specie ne decretò l’estinzione in occasione dell’ultima, grande glaciazione che interessò il nostro pianeta, ma nonostante questo ci fu chi pensò che non tutti gli Elasmoteri si persero tra le pieghe del tempo. Secondo alcuni l’Elasmoterio sarebbe sopravvissuto abbastanza a lungo da essere stato avvistato più volte dagli Evenchi, una popolazione nomade russa, che infatti non ha mancato di presentare leggende che parlano di un enorme cavallo, o toro, nero con un solo corno. Solo il drago, altro essere simbolo per eccellenza, può vantare una pletora di avvistamenti, leggende, truffe e storie che hanno attraversato il tempo per arrivare fino a noi sotto forma di libri, film, videogiochi e leggende metropolitane. Era quindi, l’elasmoterio, il vero unicorno? Alcuni pensano che lo fosse, altri sono contrati a questa affermazione, preferendo lasciare l’unicorno ai miti e alle leggende. Ma forse è meglio così; meglio che l’elegante Unicorno continui a galoppare tra le fertili terre delle leggende e delle speranze, emblema immortale di come la fantasia ci possa salvare dal materialismo oggi imperante per farci viaggiare tra le eteree e bellissime terre del sogno.



 
Curiosità

·        L’unicorno è una delle figure principali non solo degli stemmi nobiliari scozzesi ma anche della Nova Scotia canadese. Contrariamente a quanto si può pensare non sempre musici, poeti e cantastorie medievali immaginavano l’unicorno come un animale dal corpo simile a un normale cavallo ma come a una sorta di pony, a simboleggiarne così l’umiltà. Dimensioni che però erano ingannevoli perché l’umiltà delle piccole dimensioni coabitavano con la caratteristica della sua  invincibilità.

·        Il mondo letterario dell’amor cortese vedeva nel corno anche un elemento di indiscutibile valenza erotica, aspetto più “carnale” e, se vogliamo, umano, dell’essere in questione.

·        Tra gli storici e i viaggiatori di ogni epoca ne esistono molti che in un modo o nell’altro hanno parlato dell’Unicorno. Secondo il già citato Marco Polo unicorni erano di casa nell’isola di Sumatra, anche se assai diversi da quelli delle leggende. Ecco come ne parla nel capitolo CLXVII de “Il Milione”:

“… alcuni liocorni che, pur essendo simili agli elefanti sono molto più piccoli, col pelo simile al bufalo; in mezzo alla loro fronte svetta un enorme corno nero. La loro lingua è molto pericolosa, essendo irta di spine…”

E se Plinio il Vecchio lo considerava un animale reale e non leggendario, nel suo “De bello gallico” Giulio Cesare parlava di un "bos cervi figura", cioè un unicorno che abiterebbe la Selva Ercinia.

·        Per quanto riguarda la possibile esistenza dell’Unicorno non sono mancate  notizie di suoi presunti avvistamenti nel corso della Storia recente. Tra i ritrovamenti nella cosiddetta "Cava dell’unicorno", in Germania, alcune ossa furono raccolte e assemblate insieme dal sindaco di Magdeburgo, Otto von Guericke, nel 1663. Questi dichiarò che lo scheletro era autentico. Secondo la sua ricostruzione l’essere avrebbe avuto solo due zampe e fu probabilmente assemblato facendo uso delle ossa di vari Mammut.

·        Sempre per quanto riguarda le qualità taumaturgiche del corno di questo mitico animale, l’inventario del tesoro papale di Papa Bonifacio VIII del 1295 ricordava anche la presenza di “quattro corne di unicorni, lunghe e contorte ( per) fare l’assaggio di tutto ciò che era presentato al papa.

·        Il famoso palio di Siena annovera tra le sue 17 contrade, quella del Leocorno rappresentata seguendo la classica iconografia del cavallo con un solo corno sulla fronte.

·        Nel 1827 il noto naturalista francese George Cuvier affermò con veemenza che nessun mammifero perissodattilo (ordine di cui fanno parte cavalli, zebre e, peraltro, anche i rinoceronti) potrebbe mai esibire un unico corno sulla fronte. Tuttavia nel 1933, il biologo americano Franklin Dove dimostrò invece questa possibilità grazie all’asportazione chirurgica delle corna dalla testa di un vitello neonato e del successivo impianto di un solo corno al centro della testa dell’animale.

Un cucciolo di capriolo trovato di recente nel Centro di Scienze naturali di Prato è attualmente la prova vivente che Cuvier aveva torto; l’animale, infatti, per una curiosa anomalia morfologica presenta un solo corno al centro della fronte in luogo delle corna biforcate. Casi del genere, pur se estremamente rari, non sono impossibili in natura e potrebbero essere una delle basi su cui si sono fondate tante leggende di avvistamenti di animali simili a unicorni. Il cucciolo presenta gli zoccoli divisi in modo identico a quanto prescriveva l’iconografia tradizionale dell'unicorno.

Maschio e Femmina di Narvalo

·        Tra le usanze più curiose sorte intorno al redditizio commercio di corni di Narvalo spacciati per quelli di Unicorno sono da ricordare quella, molto in voga nel Medio Evo, che vedeva molte famiglie nobili acquistare i costosissimi corni per dimostrare la verginità di una sposa. La stessa Elisabetta I d’Inghilterra ne comprò uno in cambio di ben diecimila sterline che ancora oggi fa bella mostra di sé nel tesoro della corona britannica. Lo stesso scettro del trono d’Inghilterra è ricavato da un corno di Unicorno, probabilmente quello di un Narvalo.

·        Pubblicata nel 1486, la Peregrinatio in terram sanctam, di Bernhard von Breydenbach ed Erhard Reuwich, è stato il primo libro di viaggi illustrato a descrivere un pellegrinaggio a Gerusalemme e in Egitto. Delle sue tante incisioni ricordiamo quelle di coccodrilli, dromedari e di un unicorno, probabilmente un Orice (vedi voce seguente).

·        L’Orice araba è un’antilope provvista di due corna che si protendono indietro dalla fronte. Tuttavia osservando uno di questi animali da una certa distanza possono somigliare a un cavallo con un solo corno, sebbene quest’ultimo non abbia una “geometria” come quella del mitico Unicorno. Forse, viaggiatori della Penisola arabica possono aver scambiato questi animali per unicorni dal momento che nella stagione degli amori i maschi si rompono spesso un corno nel corso dei loro violenti combattimenti per il possesso delle femmine.

·        A Città del Capo sono stati avvistati esemplari di Antilope alcina con un solo corno, un animale che per il Sudafrica ha da sempre connotazioni mistiche perché questa specie riesce a difendersi efficacemente da grandi predatori della savana come i leoni. Che questa antilope abbia un ruolo nella simbologia medievale è ormai certo come testimonia la presenza di un corno di “Liocorno” nel castello del clan MacLeod, in Scozia, identificato proprio come uno di antilope alcina.

·       L’Unicorno è ovviamente uno dei soggetti più amati dalla narrativa fantastica di tutti i tempi. Limitandoci agli esempi più recenti possiamo ricordare “L’Ultimo Unicorno” di Peter Beagle, dove l’autore immagina che questo animale abbia il potere di consentire alla foresta dove abita di restare in una sorta di animazione sospesa dal tempo vivendo un’eterna primavera. Nel suo Harry Potter e la Pietra Filosofale, invece, l’autrice inglese J. K. Rowling immagina che il sangue di questo essere portentoso possa salvare da morte certa chi se lo procuri.


Massimo Valentini